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12/09/09, 21:48
Grazie Angela. Torna a trovarci.
Angela
11/09/09, 20:05
Ciao a tutti e complimenti per il sito
Claudio
09/09/09, 10:33
utili gli articoli della sez antichita
Tavola Rotonda
26/08/09, 16:11
Ciao Ale, grazie per la segnalazione ma pensiamo sia solo un errore di battitura, come il tuo inzio invece di inizio. Ciao
Ale
25/08/09, 14:57
ho notato un piccolo errore nel canale di Talesassociation.. all'inzio c'e' scritto INTERNAZIONAL invece che INTERNATIONAL vabbe' che sono canadesi ehehhehe l'inglese alle volte frega XD

EDUCAZIONE ATENIESE

8 agosto 2009
Antichità
Aristofane, noto commediografo greco, definisce lo stato dell’educazione ateniese nella sua celebre opera “Le Nuvole” η αρχαία παιδεία (é archaia paideia – educazione antica) prima delle grandi scoperte pedagogiche della generazione dei Sofisti e di Socrate.

 
Aristofane, noto commediografo greco, definisce lo stato dell’educazione ateniese nella sua celebre opera “Le Nuvole” η αρχαία παιδεία (é archaia paideia – educazione antica) prima delle grandi scoperte pedagogiche della generazione dei Sofisti e di Socrate.
Questa tipologia educativa rappresenta un primo embrione evolutivo che porta da una cultura di guerrieri ad una di scribi. La preminenza militare nell’aspetto formativo dei giovani ateniesi si affievolisce molto in rapporto a quanto visto per Sparta.
Secondo lo storico Tucidide, gli Ateniesi saranno i primi ad abbracciare una vita meno militarizzata e più civilizzata. Già a partire dal V secolo a.C. la cultura e l’educazione divengono in primo luogo civili ad Atene; la preparazione del cittadino al combattimento assume un ruolo secondario nella formazione del giovane. Inizia proprio da ciò la fondazione della pedagogia ateniese che diverrà un modello d’ispirazione per tutta la Grecia classica.
E’ solo durante l’efebia, tra i diciotto e i vent’anni che i ragazzi dovranno seguire due anni di servizio militare. Dall’epoca omerica mutuano ed ereditano una tecnica sportiva, quella del combattimento con le armi, la όπλομαχία (oplomachia). Essa diviene però ben presto un’arte tesa al raggiungimento di una perfezione formale attraverso la competizione.
Ci si avvia verso un’educazione intesa come qualcosa per gentiluomini. In epoca democratica, intorno al 350 a.C., Isocrate evidenzia come sia privilegio di pochi eletti seguire fino in fondo questa formazione, avendo i mezzi adeguati per sopportare i sacrifici che essa esigeva. L’educazione continua ad essere orientata verso la vita nobile, ad esempio con la pratica di sport eleganti tra cui il cavallo, la caccia e attività che caratterizzano un ambiente raffinato. Alle famiglie aristocratiche piace attribuire ai loro figli nomi composti con Ipp o Ippos. Nel quarto secolo Senofonte, rappresentante tipico della classe nobile dei Cavalieri o Cavalcatori (Іππης – Ippes) scriverà ben tre manuali tecnici su “La caccia”, “L’equitazione” e “L’ufficiale di cavalleria”.
Via scorrendo Atene diviene una vera democrazia. Il popolo conquista privilegi, diritti e poteri politici e di conseguenza anche l’accesso a quel tipo di vita, di cultura, a quell'ideale umano di cui inizialmente aveva usufruito la sola aristocrazia.
Con la pratica dell’atletismo il vecchio concetto omerico del valore, dell’emulazione, dell’esempio, passa dai cavalieri e dagli eroi al popolo. L’adozione d’un modo di vita civile e non più militare aveva spostato, o ridotto al mero piano di competizione sportiva, l’ambizione eroica. Esempio lampante ci viene tramandato da Pindaro (521 – 441 a.C.). Le sue odi trionfali, επινίκια (epinikia), celebrano la forza e il valore dei campioni greci così come l’aedo omerico celebrava le gesta degli eroi. La manifestazione della personalità ideale deriva dalla vittoria, rivelata dalla fede nel valore esemplare di una virtù sportiva.
Questa tipologia educativa “volgarizzata” inizia a svilupparsi dal punto di vista istituzionale; la democratizzazione della formazione diviene sempre più collettiva e conduce alla creazione della scuola, fatto veramente decisivo.
La reazione piena di sdegno della classe aristocratica è ben rappresentata da poeti come Teognide e Pindaro, i quali si interrogano e pongono il quesito su come l’areté (virtù) possa essere conquistata attraverso il solo insegnamento. Per Pindaro addirittura il saggio è prima di tutto colui che conosce molte cose per natura, motivando così il suo disprezzo per coloro che arrivino alla cultura dal basso, definendoli μαθόντες (mathόntes), cioè quelli che sanno solo per aver imparato.
Dunque, una tecnica educativa appropriata permetteva d’altro canto ad un numero crescente di borghesi di iniziare i loro figli alle scienze e alle discipline che erano state da principio privilegio delle sole caste elevate della società.
Visto che questo approccio interessava un numero sempre maggiore di fanciulli, una formazione collettiva era inevitabile, creando la necessità di far nascere l’istituzione della scuola.
I pedagoghi greci discuteranno ancora per parecchio tempo sui vantaggi e svantaggi del sistema, sia quello prettamente aristocratico, sia quello decisamente più democratico; ma il gran fatto avviene e l’educazione collettiva non tarda a diffondersi; Aristofane non esita a saggiarci sulle nuove abitudini di ragazzi che, al sorgere del sole e con qualunque tempo, vanno dai loro maestri.
Siccome la cultura nobile è distinta in primo luogo dalla pratica dello sport, il posto d’onore in questa cultura arcaica è occupato dall’educazione fisica; risulta indispensabile aver ricevuto le lezioni di un maestro competente, il paidotriba (παιδοτρίβης) che letteralmente significa l’allenatore dei fanciulli, che offre i propri insegnamenti nella palestra (παλαίστρ, palaìstra) che è per i giovani ciò che il ginnasio è per gli adulti. Il ginnasio infatti (γυμνάσιον, gumnàsion) indica il luogo dove si svolgono gli esercizi ginnici; in seguito diventerà anche un luogo d’incontro dove verranno organizzate diverse attività culturali, significato che più si avvicina a quello che abbia noi di ginnasio.
Platone, con un'abile digressione nella Repubblica sull'educazione del tempo antico afferma che essa comprende un doppio aspetto: la ginnastica per il corpo e la musica per l'anima.
Musica (μουσική - Musichè) significa, nel senso etimologico più stretto, il dominio delle muse (da cui deriverà anche la parola museo).
Nasce così la figura di un maestro di musica, il κιθαριστου (chitaristou – citarista).
La cultura è musicale prima di essere letteraria e plastica.
Quest'ultimo tipo di formazione ha una portata morale: agendo su tutto l'uomo contribuisce a creare nei giovani la “padronanza di sé”, a renderli più responsabili e civili, facendo regnare nella loro anima euritmia e armonia.
Inizia però, nonostante tutto, ad aprirsi un approccio educativo basato su elementi intellettuali e letterari. La cornice della vita culturale arcaica sono i banchetti (συμπόσιον – sumposion), che seguono le cene con i loro rituali, le conversazioni (λέσχη – leschè) che vengono a crearsi, gli intermezzi musicali che accompagnano e creano l'atmosfera.
In questo contesto il fanciullo deve imparare un repertorio di poesie liriche o dei frammenti del grande Omero. La pedagogia ateniese non dà meno importanza di quella spartana al contenuto etico di quei canti. Più propriamente, come Tirteo per Sparta, ad Atene è certamente Solone ad incarnare la saggezza nazionale. Egli compone elegie con connotazioni moralizzanti; il suo ideale è l'ευνομία (eunomia), ovvero lo stato di equilibrio dovuto e raggiunto grazie alla giustizia, contro naturalmente un'ingiustizia sociale. 
Pian piano poi viene introdotto e diffuso anche l'uso della scrittura; così accanto al paidotriba e al citarista c'è il grammatistes (γραμματιστής), cioè colui che insegna le lettere. Nell'arco di breve tempo si trasformerà nel maestro per eccellenza, il didaskalos (διδάσκαλος). Questa è dunque a tutti gli effetti la terza branca d'insegnamento ateniese in ordine di creazione.
Come già accennato l'aspirazione di questa paideia antica resta d'ordine etico, sintetizzato nel già incontrato termine kalos kai agathos (καλός κάγαθός o καλός καιάγαθός), il bello fuso con il buono. Buono, άγαθός, è l'aspetto morale, indispensabile. Bello, καλός, è la bellezza fisica con cui va accompagnata la purezza del comportamento.
L'ideale è quello di uno spirito completamente maturato in un corpo superbamente sviluppato, un equilibrio perfetto tra due tendenze.
Nell'antica Grecia quindi l'educazione tende a formare tanto il carattere quanto il corpo. Il moto di questa impronta istruttiva viene, per fare una citazione, apostrofato da Plotino nelle Enneadi come il “non cessare di scolpire la propria statua”[1].
Questo approccio, per quanto possa sembrare un po' strano al giorno d'oggi, era all'epoca perfettamente legittimo e coerente. Il greci infatti, gli ateniesi in particolare, credevano fermamente che la bellezza fisica potesse rappresentare per un essere umano una vera ragione di vita, un mezzo per esprimere e realizzare una propria personalità.
Il già citato Aristofane dipinge un'esemplare descrizione, nella sua commedia “Le nuvole”, di come dovrà apparire il giovane ateniese:
“Brillante e fresco come un fiore, tu passerai il tempo nei ginnasi... Scenderai all'Accademia dove, sotto gli olivi sacri, farai la corsa, coronato di candido giunco con un amico della tua età, odorando di smilace, di spensieratezza e di bianco pioppo dalle vibranti fronde, godendo della stagione primaverile quando il platano sussurra con l'olmo. Se fai ciò che ti dico, e applichi il tuo spirito, avrai sempre il petto robusto, il colorito splendido, le spalle larghe, la lingua corta e la natica grande...”[2]
 
Una massima che potrebbe incorniciare la conclusione dell'educazione ateniese la mutuo dallo scrittore e saggista Charles Péguy: “il lavoro spirituale si paga con una propria sorte di fatica inespiabile” dal momento che l'uomo non dispone che di un sistema nervoso e di un solo capitale di energia da dispensare.
 
NB. Ricordo che, a causa di mancata lettura da parte di alcuni pc dei font greci corredati da spirito, le lettere sono state inserite, momentaneamente, sprovviste di tale segno diacritico.
 

 

 

 

[1]    Plotino, Enneadi, I, 6, 9; 
[2]    Aristofane, Nuvole, vv. 1002-1015;
 

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